Le Ultime Parole di Benito Mussolini prima di Morire

Sono passati 71 anni dall’uccisione di Benito Mussolini e dell’amante Claretta Petacci. Era il 28 aprile 1945 quando i due vennero trucidati dal partigiano comunista Walter Audisio, meglio conosciuto come ‘il colonnello Valerio’, a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como

 

 

Da un documento, che ha indubbiamente un grande valore storico, emergono le parole che Audisio disse a Mussolini prima di fucilarlo assieme alla Petacci. Il 27 aprile 1945 Mussolini venne arrestato a Dongo e subito Il CLNAI decise di ucciderlo. Il duce e la Petacci vennero caricati su un’auto e portati davanti a Villa Belmonte, una splendida residenza, dove vennero giustiziati. Audisio disse:

“Sull’auto lo feci sedere a destra, la Petacci si mise a sinistra. Io presi posto sul parafango, in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai l’alt. Dissi di aver udito dei rumori sospetti, e mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando mi volsi la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. (…) Feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi portarsi tra il muro ed il pilastro del cancello. Obbedì docile come un canetto. Non credeva ancora di morire: non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà, preferiscono ignorarla (…). Improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito. ‘Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontario della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano’. Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gridò enfatica: ‘Mussolini non deve morire’. Dico alla Petacci, che s’era appoggiata a Mussolini: ‘Togliti di lì se non vuoi morire anche tu’. La donna capisce subito il significato di quell’anche e si stacca dal condannato. Quanto a lui, non disse una parola: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla. Tramava livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione: ‘Ma… ma… ma… ma signor colonnello. Ma… ma… ma signor colonnello’. Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, disse una sola parola. No: si raccomandava nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante. Solo a quello pensava: a quel grosso corpo appoggiato al muretto. (…) Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra si era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro ma l’arma non spara. Passo il mitra a Guido, impugno la pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a guido la rivoltella, afferro il mitra per la canna aspettandomi, malgrado tutto, una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato di difendersi ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile con la bocca semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamo a voce alta il Commissario della 52a che viene di corsa a portarmi il suo Mas. Adesso gli sono di fronte, come prima: non si è mosso, continua il suo balbettio di invocazione. Vuol salvare solo quel grosso corpo tremante. E su quel corpo scarico 5 colpi. Il criminale si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto. Non era ancora morto. Gli tirai una seconda raffica di quattro colpi. La Petacci, fuori di sé, stordita, si mosse confusamente, fu colpita e cadde di quarto a terra. Mussolini respirava ancora e gli diressi, sempre col Mas, un ultimo colpo al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva troncato netto l’aorta. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945″.

Parole del genere non vanno dimenticate. Dobbiamo far capire ai più giovani che la libertà è un valore conquistato, grazie ai loro avi, con sangue e sudore. Tutte le dittature portano solo tragedie e morti.